Roma, 26 giugno - La sclerosi multipla è una malattia neurologica cronica che interessa oltre 145 mila persone in Italia ed è una delle principali cause di disabilità neurologica nei giovani adulti. Sebbene non sia ancora disponibile una cura definitiva, negli ultimi 30 anni la ricerca ha portato allo sviluppo e alla validazione di numerose terapie ad alta efficacia, capaci di modificare significativamente il decorso della malattia. Oggi una delle principali sfide della ricerca è riuscire a prevederne l'evoluzione, cioè definirne la prognosi, così da poter scegliere fin dalle fasi iniziali il trattamento più appropriato e personalizzato per ciascun paziente.
Una recente revisione sistematica, frutto del lavoro di ricerca del Consorzio europeo “Magnetic Resonance Imaging in MS – MAGNIMS” e pubblicata sulla prestigiosa rivista internazionale Nature Reviews Neurology, propone di aggiornare i criteri prognostici della sclerosi multipla secondo un modello multidimensionale. L'Azienda Ospedaliera San Camillo-Forlanini è stata capofila di questa ricerca, con il Dr. Luca Prosperini come primo autore e il Prof. Claudio Gasperini come autore senior e corrispondente, testimoniando il ruolo di primo piano del centro romano nel definire le nuove prospettive della prognosi nella sclerosi multipla. Fondamentale è stato anche il contribuito del Prof. Luca Battistini del Santa Lucia IRCCS per quanto riguarda l’importanza e l’utilizzo dei biomarcatori, a conferma del ruolo centrale che il centro di ricerca riveste nel panorama internazionale della sclerosi multipla.
Il modello proposto individua tre dimensioni principali da esplorare dal punto di vista prognostico, partendo dal presupposto che non è sufficiente valutare solamente quante lesioni sono presenti nel sistema nervoso centrale, ma è importante considerare dove si trovano le lesioni e quali circuiti neurologici coinvolgono, e le capacità di compensazione del danno da parte del cervello.
Nel dettaglio, la prima dimensione riguarda la quantità complessiva di danno, valutabile con la storia clinica, la frequenza delle ricadute, la progressione della disabilità, la risonanza magnetica e i biomarcatori presenti nel sangue, come i neurofilamenti a catena leggera. La seconda dimensione riguarda la localizzazione delle lesioni: danni a midollo spinale, tronco encefalico, cervelletto o aree corticali possono avere un impatto prognostico maggiore rispetto ad altre sedi. La terza dimensione riguarda la capacità di compenso individuale, influenzata da età, riserva cognitiva, comorbidità, e lo stile di vita.
In particolare quest’ultimo messaggio è quasi rivoluzionario per una malattia spesso vissuta come destino scritto: il danno patologico sostenuto da...
Leggi l'articolo completo su QuotidianoBenessere.it